Lucio Dal Buono

Ritorno al Bernina (4.090 mt)

Quaranta anni fa 3 ragazzi  salivano verso la Capanna Marinelli allo Scerscen. Ero io, la mia ragazza ed il mio amico Beppe l’Armeno, così soprannominato per la sua notevole tendenza al risparmio.  Per il resto grande alpinista.

Eravamo tutti e 3 ventenni. Nessuno di noi era allenato, però a venti anni si è più o meno come cavalli.  Per cui avevamo superato di slancio la Marinelli e ci eravamo diretti (il Beppe ed io: la Sandrina era stata parcheggiata alla Marinelli) verso la Marco e Rosa.   Non mi ricordo granchè della salita al rifugio. Mi era sembrata del tutto normale. Un po’ di tremito l’avevo avuto verso i 4.000. Salivamo, salivamo, salivamo  su un pendio sempre più ripido: la normale al Bernina è un terzo grado. Non difficile ma neanche tanto facile. Arrivati alla cima italiana, a 4.050 metri, vi è una celebre cresta  di 200 metri da attraversare: uno sentierino di neve in cui ci sta a malapena lo scarpone,  con a destra ed a sinistra duemila metri di vuoto. La teoria dice che, se il compagno cade da una parte, tu devi buttarti nel vuoto dall’altra.  Fantastico.

Era venuto brutto,  con vento e grandi nuvoloni.   Non si vedeva più un accidente ed io avevo informato con fermezza il Beppe che più in là di lì non sarei andato.  Il ritorno era stato cupo e tempestoso. Beppe l’Armeno era incazzato come una bestia. Per giunta, durante il ritorno, un gruppo di ragazzi più giovani ci avevano chiesto se eravamo due preti.

Due preti noi? Beppe si era vieppiù incazzato. Non mi ha parlato per due anni. Solo oggi, ormai vecchietti,  ci troviamo tranquillamente a pranzo. Ma l’argomento Bernina è tabù.

Per cui quando ho visto che il Cai di Corsico organizzava una gita alla Marco e Rosa, con accompagnatore  Nerini e  con possibile salita al Bernina mi sono subito iscritto. Sta a vedere che potevo riscattare la vergogna di 40 anni fa? E sbertucciare Beppe l’Armeno, che nel frattempo sta coltivando i gerani  a Lurago d’Erba? E poi Nerini è una garanzia: sicuramente è in grado di portarci in cima e, cosa ancora più importante, di portare indietro la pelle. Il programma era da Nerini: prevedeva un sabato con salita di 1.600 metri da Campo Moro alla Marco e Rosa. Roba da ammazzare un cavallo. Il giorno dopo, se il tempo era bello, l’ascesa al Bernina.

Io mi sono iscritto con la riserva che sarei partito il venerdì, per fare una tappa intermedia  alla Marinelli: alla mia età bisogna andare cauti con la fatica.

Sullo slancio dell’entusiasmo ho fatto iscrivere anche due dei fedeli amici della mia tardiva passione per la roccia: Anna la maldestra ed Aldo il distratto.

Aldo non era in gran forma: salito in Val Bodengo per fare una tranquilla passeggiata domenicale, aveva sbagliato sentiero ed era arrivato, dopo 14 ore di marcia, in una valle – diceva lui – piena di mucche. Era la valle del S.Bernardino,  in Svizzera. Il recupero dello sciagurato,  con macchina e beni rimasti in val Bodengo, aveva comportato l’interessamento di tutta la famiglia durante il  lunedì.

Anna, professoressa di latino,  aveva appena fatto la maturità. Lei sostiene che il prolungato contatto con i maturandi, provoca gravi deficit psico-fisici. Insomma non era al colmo della forma.

Il giovedì prima della partenza, vado incautamente in sede e trovo Nerini che con fare ilare mi comunica che:

1)    Lui ha una strana malattia presa in Bhutan che gli impedisce di fare fatica.

2)    E’ escluso quindi che possa fare la tremenda mazzata che comporta la salita alla Marco e Rosa

3)    D’altra parte questa è una gita ufficiale del CAI e va fatta ad ogni costo

4)    Io sono il più vecchio ed il più esperto e divento quindi Dio, capo, tutore ed organizzatore  dell’intera spedizione.

Alla notizia si registrano un certo numero di improvvise malattie e misteriose defezioni. Alla fine rimaniamo in quattro: l’Anna, l’Aldo (gli amici si riconoscono nel bisogno), io ed  un certo Renato, evidentemente un audace temerario.

Venerdì l’Anna ed io saliamo verso la Marinelli. Alle 18,30 siamo al rifugio Carate a 2.600 metri. Comincia a piovere.  Alla Marinelli ci sono 200 persone. Decidiamo di rimanere al Carate.  La notte passa tranquilla, a parte qualche tonfo sordo seguito da lamenti soffocati: è l’Anna che cade tentando di salire sulla cuccetta superiore dopo essere stata in bagno.   Alle 9 di sabato piove. Alle 10 nevica. Alle 11 grandina.    Alle 11.30  due fradici stoccafissi si affacciano alla porta del Carate. Sono l’Aldo ed il  Renato.       Dopo un breve consulto decidiamo di dare retta al meteorologo del Corriere della Sera che,  a detta dell’Anna,  non sbaglia mai  e che annuncia un miglioramento a partire dal sabato sera ( ma peggioramento alla domenica).

Approfittando di una pausa dell’acqua partiamo quindi per la Marinelli.  Renato si palesa essere un giovane pensionato 54enne,buon esperto di montagna, ma  privo purtroppo della conoscenza delle manovre di corda e di esperienza su tratti impegnativi.

Sosta al passo Marinelli per attrezzarci. L’Anna provoca a Renato il solito coccolone di chi ancora non la conosce: si cosparge di biacca bianca perché soffre il sole e si trasforma nella cantante giapponese Orinawa Sui Muri Siamo partiti dalla capanna Marinelli all’ una e mezza.    Il tempo per la Marco e Rosa è dato di 4 ore.  Il sole tramonta alle 9, quindi dovremmo farcela.    Facciamo due cordate: Renato ed io. L’Aldo e l’Anna.   Alla Marinelli ci hanno informato che il vecchio percorso – le famose roccette per la Marco e Rosa – è franato.   Bisogna quindi percorrere per metà il canalone di neve della Cresta Guzza e poi affrontare un altro percorso di roccia,  peraltro ben attrezzato. Il ghiacciaio dello Scerscen viene percorso tranquillamente anche se con una notevole lentezza.   I problemi cominciano con la salita per il canalone della Cresta Guzza, dove, tra l’altro il tempo volge al brutto.    Giudico prudente fare assicurazione a Renato, nuovo a salite di questa difficoltà. Vado avanti e poi lo ricupero in sicurezza.  Niente di speciale, però arrivato alle roccette, ho la lingua fuori e sono le 5,30.  Renato, che già da tempo sta imprecando  contro gli organizzatori, che mandano allo sbaraglio ignari soci,  assicura  che l’unico obbiettivo rimasto della sua vita è diventata l’eliminazione lenta e dolorosa di Nerini.   Le roccette sono un bel problemino: il terminale lascia un salto verticale di roccia scivolosa e gelata  di  4-5 metri. Io sono già sul disfatto; oltre al resto ho lasciato 10 metri di corda tra me e Renato, ma gli altri 50 sono arrotolati sulle mie spalle.     C’è bensì una bella scala, che dovrebbe permettere, se montata, di superare tranquillamente il terminale, ma è abbandonata per terra ed inutilizzabile.  Dopo una mezzora in cui riprendo il fiato,  riesco finalmente a salire. Nevica, anzi è ormai un po’ tormenta.  Si ricomincia: salgo, faccio sicura e recupero.   Orinawa Sui Muri ed Aldo ci superano. Orinawa arriva alla Marco e Rosa alle 7.  Aldo alle 8 e noi alle 8.30.   Anzi io ero ormai rassegnato  a morire all’aperto,  se l’Anna – si è tolta la biacca - e l’Aldo non arrivavano a togliermi corda e zaino negli ultimi 200 metri.  Renato annuncia con fermezza che lui, domani, torna in elicottero.

La Marco e Rosa, per chi non lo sa, è il quattro stelle dei rifugi.  Scaldato per tutta notte. Ottima cucina. Camerate in legno pregiato.  Gabinetti ben lontani dal consueto  buco sul vuoto dei rifugi oltre i 3.000 metri: sono turche meravigliose igienizzate da sciacquoni che versano liquidi profumati che sterilizzano e distruggono la cacca in un battibaleno.

C’è anche l’acqua corrente per il bidet. Il rubinetto  però –unico neo – versa un refolino d’acqua e poi si ferma: ci vuole mezzora per riempire il palmo.

La notte passa tranquilla, a parte qualche guaito dell’Anna, quando pesta la testa contro il letto di sopra. La mattina ci svegliamo nella tormenta. Tutto è coperto dalla neve caduta per tutta notte.   Renato è cupo: con un tempo simile il sogno dell’elicottero è svanito.   Alle 9,30 i pochi riluttanti ospiti del rifugio si fiondano verso il basso al comando di una guida di Como: c’è un po’ di visibilità e forse si riesce ad evitare una altro pernottamento alla Marco e Rosa.  In uno scenario invernale  e coi ramponi ai piedi scendiamo le roccette. Noi siamo il penultimo gruppo.   L’ultimo è formato da un gruppo di bergamaschi,  in cui il componente meno ottimista ripete con cupa litania che non vuole morire.

Alle dieci Aldo, che chiude il gruppo, provoca una caduta di pezzi di ghiaccio che colpiscono  Renato al naso.  Sangue dappertutto e lunghe maledizioni di Renato, con accenni alla bellezza della vita di mare ed a quanto sono cretini quelli che frequentano la montagna.   Ancora un po’ stordito scivola sulla verticale maledetta prima del terminale e rimane appeso ai cordini da ferrata. Il sacco lo mette in orizzontale. Mi comunica che sta benone dove è e di lì non si vuole più muovere. Ci vuole un bel po’ di tempo prima di convincerlo a scendere.

Finalmente arriviamo sul ghiacciaio dello Scerscen.  Ormai siamo abbastanza al sicuro. Anche il tempo è migliorato. Ci scambiamo le impressioni. Apprendiamo con ilare stupore che  l’Anna non aveva scoperto l’esistenza del meraviglioso sciacquone igienizzato e puliva il gabinetto buttandovi dentro per 1.500 volte, con  il palmo della mano,  il refolino d’acqua del rubinetto.    Sconvolto dalle risa,  Renato entra poco dopo con tutta una gamba  in un  crepaccio.  Lo recuperiamo.   Alle due e mezza siamo alla Marinelli. Mangiamo e poi ripartiamo.   La nostra macchina è in una posizione più bassa e forse più comoda rispetto a quella di Aldo e Renato. Decidiamo quindi tutti di andare alla mia: forse possiamo fare risparmiare agli amici mezzora di strada.  L’ultima parte della discesa - siamo ormai alle 20, 30 -  assomiglia alla ritirata degli alpini dalla Russia: è un si salvi chi può.

Aldo arriva per primo alla mia macchina. Io qualche secondo dopo. Dopo qualche minuto mi accorgo che non ho più le chiavi dell’auto. Quando arrivano l’Anna e Renato, io  sono in mutande. Ho rovesciato e dilaniato sacco, vestiti, attrezzi da montagna, cercando disperatamente la chiave.   Niente da fare.   Aldo si avvia tristemente verso la sua macchina. Alle 10 quattro larve partono per Milano.  Il lunedì torno a Campo Moro con mia moglie e con le chiavi di riserva.

Qualche giorno dopo ho incontrato l’Anna.  Sembravamo tutti e due la caricatura del Bovero Negro: labbroni enormi con 3 etti di Herpes Zoster. La pelle della faccia e della testa che veniva via a strisce.   Aldo non si trova.  La moglie per telefono mi dice, sibilando a muso duro, di star lontano da suo marito per almeno tre  mesi. L’estate la vuole  trascorrere a Rapallo con la famiglia.     Renato sembra che si aggiri nottetempo con armi contundenti  intorno alla casa di Nerini.

Io non posso neanche raccontare al Beppe che sono tornato sul Bernina. Manco l’ho visto.

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