Lucio Dal Buono

Becco Meridionale della Tribolazione

Due settembre 2004: atmosfera cupa al CAI di Corsico.   Eravamo reduci da un salvataggio con l’elicottero. Di una fallita salita al Bernina in mezzo a tormente polari. Di una estate costellata da un incredibile numero di battesimi, cresime e prime comunioni, che avevano portato al massimo la  già notevole circonferenza di Dino il Terun.    E neanche un vetta.  Urgeva una riscossa. E’ solo per questo che è passata la mia proposta del Becco Meridionale della Tribolazione.  Il nome non faceva pensare a liete passeggiate nei campi. E la descrizione dell’itinerario non era tra le più confortanti. “ Il rifugio Pontese è a 2.200 metri.  Da lì si deve salire al Colle dei Becchi, a 3100 metri,  dove c’è l’attacco. La salita è di  250 metri di cresta. Vi ci vedete però  a fare un avvicinamento di 900 metri, partendo dal Pontese?  Voi, che quando andiamo a Bard, strillate come pazzi per i 50 metri di dislivello? E poi, guardatevi!  fate schifo!  No, l’unica è andare nella valle di Noaschetta,  al bivacco Ivrea, al sabato. Il bivacco è a 2.750 metri. La domenica facciamo neanche 300 metri per arrivare all’attacco. Cosa volete che siano?  Almeno abbiamo finalmente una cima che facciamo di sicuro, in questa estate di rogna nera! La cresta Dumontel è un III grado con pochi tratti di IV. Anche un obesa palla di lardo, come qualcuno qui presente, riuscirebbe a farla!”   Devo essere stato drammatico e convincente per far passare una proposta così preoccupante.   Taccio agli amici che il bivacco Ivrea è sì a solo 300 metri sotto il passo –in verticale -, ma in orizzontale, a ben guardare la carta, non è - diciamo - vicinissimo.

Peraltro la valle di Piantonetto è uno di quei posti che ben si prestano ad una ascesa di alta quota in due giorni: si arriva a 1.900 metri di altezza con una di quelle  bellissime strade che portano alle dighe. E’ la diga del Teleccio a 1.900 metri. Inoltre è una  zona poco conosciuta,  granitica e selvaggia.  L’avevo scoperta quasi venti anni prima,  con Anna la maldestra: eravamo saliti un autunno al rifugio Pontese. Di fronte a noi c’era questa incredibile montagna, un piccolo Cervino rossastro, che “ per la classica eleganza della sua forma piramidale è la più bella vetta rocciosa del suo gruppo”(leggo dalla solita Guida dei Monti d’Italia). Inoltre è di una bellezza fiabesca e con un nome che evoca fatiche ed avventure.   Al rifugio c’era uno che era salito, era caduto rompendosi una spalla,  ed era stato ricuperato con fatica dopo un giorno. Strano a dirsi il suo racconto, nel caldo del rifugio, ma in mezzo alle prime nevi autunnali,  anziché spaventarci aveva ammantato la cima di una atmosfera avventurosa.

Eravamo però  in 3. Urgeva il quarto. Scartato l’Aldo, ancora confinato a Rapallo dalla moglie,  dopo le avventure del Bernina,  e  l’Angelo,  che lavorava, rimaneva l’Anna.  Anche lei reduce dal Bernina, era andata in agosto a fare una  passeggiata ai Corni di Canzo. In discesa, aveva  inciampato nei bastoncini.  La rovinosa caduta di faccia, che ne era seguita,  aveva procurato 8.000 € di lavoro al suo dentista, che stava giusto comprandosi una casa al mare.  Inoltre da un anno, suo marito - il Gorillone - era andato in pensione e stazionava in casa  sempre più grosso, incattivito e rabbioso.  La poveretta, aveva  bisogno di qualche gratificazione ed il portarla con noi era anche una buona azione.

Sabato 12 settembre arriviamo alla diga del Teleccio.  L’Anna è senza bastoncini: il ricordo dei Corni di Canzo incombe ancora. Siamo ben attrezzati con corde,chiodi e tutta la mercanzia.  L’itinerario prevede la salita al colle dei Becchi, a 2.950 metri, e la seguente discesa al bivacco Ivrea, dove contiamo di pernottare. Partiamo un po’ troppo tardi, verso le 3. C’è stata una malaugurata sosta alla Trattoria degli Amici, in  fondo valle, dove avevano preparato una polenta, che ci ha irresistibilmente trattenuti per due ore.     Ci accorgiamo subito che l’Anna non è al vertice della sua forma: sale lentissima con lo sguardo stravolto.     Dopo la prima salita decisa,  il Dino e l’Alessandro si proiettano in avanti. Non li vedremo più fino a notte. Io accompagno l’Anna.   Alle 18.30 siamo in vista del colle dei Becchi.  Lontanissimo il Dino si affaccia dal colle, che è un balcone di neve con intorno desolate petraie. “Vedi il bivacco ? “ Gli grido. “Non si vede niente!” Mi sembra che risponda.  Strano. La relazione diceva che il bivacco si vedeva dal passo. Gli grido di andare avanti e di arrivare al bivacco.  In mezz’ ora arrivo anche io al passo e mi affaccio. Capisco perché il Dino non l’ha visto. Il  povero illuso lo cercava verso il basso. Bisogna invece guardare lontano, verso l’altro capo della valle, alle pendici del  Gran Paradiso.  Nell’imbrunire si intravede un puntino giallo: il bivacco.    Aspetto ancora mezz’ora prima che  l’Anna arrivi:  ha portato degli scarponcini senza suola che sulla neve sono delle specie di pattini. Il passaggio del nevaio le è costato lacrime e sangue.  Alle 19.30 iniziamo la discesa. I compagni non si vedono: sono chissà dove in mezzo alle petraie, mentre avanza il buio.   Per chi non lo sa, le petraie detritiche sono di due tipi: calcaree e granitiche. Le calcaree sono fatte di roccette piuttoste piccole. Per chi ci sa fare sono una pacchia: si può scendere scivolando, quasi come sulla neve.   Le granitiche sono invece fatte di grossi massi, spesso instabili e con  pericolosi buchi tra l’uno  e l’altro.  Posso dire che la discesa dal colle dei Becchi è una dei peggiori itinerari detritici e granitici,  che ho  mai sperimentato. Per fortuna era ben segnato con la vernice. Per sfortuna i segni di vernice non si vedono più al buio e alle 20 erano totalmente scomparsi. L’Anna dietro di me va sempre più lenta e piagnucola  di starle vicino.  Alle 21, la sua frontale, che naturalmente ha trascurato di ricaricare con nuove pile a Milano, si spegne.   Alle 21 e qualche minuto,  combattono in me i due Luci. Il Lucio etico sostiene che il compagno non si abbandona mai. Il Lucio razionalista dice di fregarmene e di andare avanti: non ho nessuna voglia di passare una notte all’addiaccio a settembre per colpa della sciagurata.   Alla peggio le porteremo, tra qualche anno, una bella lapidina “ad memoriam” al bivacco Ivrea. Che sarebbe anche una cerimonia bella e commovente.        Mentre mi dibatto in turpi pensieri, una luce si accende improvvisa di fronte a noi: è l’Alessandro, caro e benedetto ragazzo, che è tornato indietro per guidarci.    Sono quasi le dieci,  quando arriviamo disfatti al bivacco: senza l’Alessandro non ce l’avremmo mai fatta.

La vita improvvisamente ci sorride: il bivacco ci sembra un Grand Hotel. Abbiamo candele e luci.  Quando poi il Dino tira fuori un litro e mezzo di Barbera e delle misteriose, ma interessanti, zuppe messicane, rasentiamo la felicità.   Alessandro ha portato un fornello. Io  la zuppa ed il dolce. La serata passa in  allegria fino a che non vediamo un bel  fuocherello che si alza in un angolo: una candela si è rovesciata ed ha dato fuoco alla corda di Dino. Lunghi gemiti dello sventurato.  Cerchiamo di consolarlo dicendogli che adesso ha due corde da 25 metri anziché una da 50.   Non sembra apprezzare. Si consola un po’ quando scopre – siamo stati a svolgere a lume di candela chilometri di corda per un’ora e mezza– che il fuoco ha attaccato  a 3 metri da un capo.  Ha una corda da 47 metri ed un cordino da 3. Meglio di niente.

La mattina dopo, guardiamo spaventati l’Anna. Forse a causa della zuppa messicana  ha acquistato un deciso colore verde- giallo. Tende anche a  tenere la bocca aperta con la mascella abbandonata verso il basso: ricorda la protagonista appena vampirizzata di un film su Nosferatu.

Partiamo preoccupati ed  incerti sulla sua tenuta.

Intorno a noi un paesaggio fiabesco con camosci a 20 metri di distanza che ci osservano immobili come statue.

Arriviamo all’attacco di buon’ora. Pur tra gemiti e lamenti, l’Anna ce l’ha fatta.  Alla base  troviamo una coppia di torinesi, che si accoda a noi.  Lei viene soprannominata” la svampita”: tiene il casco vezzosamente inclinato verso il retro, in modo da far veder una folta e ben ordinata ciocca di capelli biondi.  La nostra Anna – fiera aquila di montagna, anche se un po’ spennacchiata – la guarda di traverso.  I primi 5 tiri sono banali: si tratta di un III grado su grossi roccioni. Il paesaggio è però di una bellezza da mozzafiato. Gli ultimi 4 tiri sono di IV e sono proprio  belli: su una aerea cresta e sempre in un paesaggio meraviglioso.  Anche la vetta è aerea.  Proprio sul cocuzzolo più alto c’è un incredibile masso oscillante che non si capisce come sia finito lì e come ci possa stare. La discesa è senza storia, salvo la solita doppia del  Dino che si incastra. Questa volta sono di turno io e mi tocca – smoccolando -  risalire. Per fortuna non è difficile e trovo in alto dei buoni chiodi di sosta su cui ridiscendere.

Alle sei di sera, dopo 13 ore di moto ininterrotto,  siamo alla macchina ed alle 9 a Milano. Bella gita.  Da rifare. Forse, dimagrendo un po’,  si può anche tentare dal rifugio Pontese. Forse.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna