Lucio Dal Buono

Crozzon del Brenta

Bisogna fare una doverosa premessa: qualsiasi riferimento a persone esistenti ed a fatti realmente accaduti è puramente casuale.    Quanto leggerete non ha alcun riferimento con la realtà e soprattutto con delle persone che conoscete.

Questa estate mi sono immaginato di andare sul Crozzon del Brenta con 3 istruttori della nostra scuola di roccia.   Il Crozzon del  Brenta è una delle più poderose e caratteristiche architetture rocciose delle Dolomiti. Non lo dico io, lo dice la guida dei monti d’Italia, che lo descrive anche come un “colossale pilastro roccioso che domina con sovrana imponenza tutta la valle del Brenta”.

Noi abbiamo deciso di fare una grande classica: lo spigolo nord. Sono 900 metri di dislivello con difficoltà di IV- e due passaggi di IV+.   Il problema fondamentale è ovviamente la lunghezza: 900 metri di roccia non finiscono mai. Il programma era di pernottare la prima sera al rifugio Brentei, attaccare alle 4.30 di mattina e pernottare al bivacco Castiglioni, che è proprio sulla vetta.   La cresta di ritorno infatti richiede dalla 2 alle 5 ore a seconda delle condizioni. Non pensavamo quindi realistico cercare di raggiungere in giornata il Pedrotti e men che meno il  Brentei.

Le informazioni sulla via erano un po’ vecchiotte: la mia amica Mellina Fedrizzi, figlia di un grande esploratore del Brenta e accademico del CAI , era salita a 20 anni con il famoso papà, ormai sessantenne, ed era tornata in giornata ad Andalo.   Parliamo degli anni 60.   Un vantaggio era che il custode del rifugio Brentei – l’ultimo dei Detassis- era un suo amico e quindi potevamo avere informazioni più aggiornate.

La via – dice la descrizione - si svolge su una serie di gradoni, alternati a zone di rocce rotte in cui si cammina. Il tratto chiave obbligato e più difficile  è il “Grande Camino”, lungo sessanta metri e posto ai 2/3 dell’ascensione.   E’ preceduto da un caratteristico tratto con un canalino obliquo a destra, una nicchia ed una placca verso sinistra di IV+.   Una delle caratteristiche spiacevoli della via è che non è possibile  la via di fuga in doppia: una volta iniziata la via, è giocoforza arrivare fino al Castiglioni.

Capirete quindi che l’ andare con tre istruttori mi dava una notevole tranquillità: di riffe o di raffe – in tre – ce la facevano a trascinarmi fino al Castiglioni.    Erano Pino, Armando e Gianfranco. Pino è il mio abituale compagno. Ha una due simpatiche caratteristiche: una che è un cuoco eccezionale. Lusingandolo un po’ riesco spesso a farmi invitare a cena.   L’altra è che, proprio per amore della cucina, tende, specie di estate,  ad espandersi.   Quando assume l’aspetto di una  foca di media stazza, lo invito a  qualche bella ascensione preceduta da una marcia di avvicinamento di due o tre ore.  Sono i miei momenti più belli: mi sembra di tornare giovane. Posso permettermi di avere  un istruttore che arranca dietro di me. Ricordo ancora con nostalgia una ascesa alla Piramide di Tacul.  Aveva passato 15 giorni in Sardegna a mangiare e sembrava un piccolo grizzly.   Al ritorno l’ho trainavo con la corda sulla salita verso il rifugio Torino e mi supplicava di andare più piano!

Normalmente però è fortissimo ed è uno dei pochi che ha un vero senso della montagna, anche se tende, con preoccupante frequenza,  a sbagliare la via.

Gli altri due non li conoscevo, ma non avevo dubbi sul fatto che fossero, al mio confronto, dei giganti.   Durante la salita al Brentei  incontriamo  due ragazzi che hanno appena fatto il pilastro Nord-Est: un buon VI . Ci danno una  notizia buona ed una cattiva. La buona è che  non è necessario arrivare fino al Castiglioni. C’è una via di uscita tra i ghiaioni, anche se molto tortuosa.  La cattiva è che scendendo in doppia accanto al grande camino, hanno visto delle cascate d’acqua, che ci scrosciavano  dentro. In ogni caso saliamo al Brentei più sollevati:il pericolo di un pernottamento in parete è scongiurato.  Siamo stati raccomandati al Detassis dall’amica Mellina. Le normali tre parole di spiegazione della via, tipiche delle guide,  diventano cinque,  per giunta accompagnate da un lieve sollevamento del labbro superiore, che, con molta buona volontà, potrebbe essere considerato un inizio di sorriso. Sostanzialmente ci raccomanda di stare sul filo dello spigolo.

La mattina dopo, alle 4,30, siamo in cammino. Facciamo due cordate: io e Pino, Armando e Gianfranco. I primi tiri sono belli  e rapidi. Arriviamo poi ad un grande ghiaione dove arranchiamo per un’ora sui sassi.   Ancora qualche tiro, alla fine del ghiaione, poi arriviamo ad un altro salto.  C’è un camino. Pino sostiene che è il Grande Camino.   Discussione: ci sembra un po’ troppo in basso, anche se ormai non si capisce bene. La montagna è enorme e di una splendente bellezza.    L’ipotesi diventa certezza, almeno per Pino, quando scopre un chiodo. Il camino è lungo e viscido. Qualche chiodo arrugginito e  neanche l’ombra di una sosta.  Perdiamo un sacco di tempo prima di riuscire finalmente ad uscirne. Ci sembra anche di avere trovato la nicchia con la placca verso sinistra, ma la placca era infattibile. Abbiamo continuato verso destra.   Altra camminata ed altro salto. Arriviamo sullo spigolo Nord dove troviamo 3 tiri  di roccia bellissima e difficile: sarà sicuramente quel pezzo di IV+ che precede il grande camino. La sensazione si rafforza quando Pino fa un tiro micidiale dove gli altri sono costretti a vergognosi azzeramenti.  Specie Gianfranco è in difficoltà.  E’ un falesista da 6c, ma qui in ambiente l’eleganza e lo stile non contano molto: si sale con le unghie e con i denti.      Quando io e Pino arriviamo al salto, ci si allungano le mascelle fino a terra. Sopra di noi, inequivocabilmente,  c’è il Grande Camino. E prima, altrettanto inconfondibile, la nicchia e la placca da IV+.   Ma questo significa che  prima avevamo fatto un volgare III, o al massimo un IV-: si conferma la regola che un VI in falesia, vale un IV in ambiente.

Sono già le tre. Facciamo consulto. Io, vigliacco e sornione, dico che nel camino non vado sicuramente da primo. In presenza di tre istruttori poi! E non voglio  togliere a tre giovani il piacere della scoperta.  Come secondo mi sento invece di seguirli  fin sull’Everest. I compagni  sembrano molto meno sicuri. Sono già le tre. Il primo camino è stato infernale.  Il pensiero delle cascate di acqua nel prossimo non è confortante.  Decidiamo  per il ritorno. Comincia una lunga cavalcata con doppie,  alternate a lunghissime sgroppate sui ghiaioni. Pino mi fa venire i vermi: fa sempre le doppie da 60 metri ed il più lunghe possibile.  Come se non avessimo mai risalito una sua doppia incastrata.   Arriviamo infine all’ultimo grande salto e sono ormai le sei e mezza. Pino cerca, con manovra audace, di superare due saltini intermedi da 30 metri con una sola doppia.  Colto da tristi presentimenti, lo supplico di ridurne la lunghezza.    Scendiamo tutti  e, come temevo, sul recupero, la corda si incastra.    Siamo inoltre su un terrazzino pericolante e pieno di fenditure: è un enorme scaglia che si sta staccando dal resto.   La corda non è verticale: striscia pericolosamente su lame inclinate. Morale: dopo un po’ di reciproci incoraggiamenti, nessuno se la sente di affrontare la risalita. Non abbiamo scampo: per fortuna i cellulari funzionano e possiamo chiamare il 118.  Nell’attesa dell’elicottero vengo circondato da premure affettuose: sono disposti a darmi una piccola pensione purchè non faccia sapere a nessuno che tre istruttori hanno chiamato l’elicottero perché la doppia si era incastrata.   Anzi devo anche promettere che la versione ufficiale sarà che il povero vecchietto – io – non ce l’ha fatta e così hanno dovuto tornare indietro.    L’elicottero arriva con una eccezionale rapidità: al massimo mezzora. Quasi ci accoppa con le scariche di grossi sassi che le pale sollevano e scaraventano verso di noi. I soccorritori ci ricordano - guarda un po’-  che non vanno mai fatte corde da 60 metri, se non in posizioni assolutamente verticali.  Gli viene allora venduta la versione del vecchietto rincoglionito. Mi da molto fastidio la prontezza con cui viene accettata.    Vorrei smentire ma il pensiero delle ricche cene e prebende che mi attendono a Milano, mi induce a tacere.

Anche qui quindi confermo: non sono mai stato sul Crozzon del Brenta. Qualsiasi altra notizia in proposito è falsa e tendenziosa.

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