Lucio Dal Buono

INPS

60 anni fa.   “L’impero è tornato sui colli fatali di Roma - disse l’uomo protendendo la mascella - Il lavoratore italiano deve dare al mondo un esempio di dignità ed orgoglio.   Anche da vecchio deve avere mezzi sufficienti al suo decoro di cittadino dell’impero e di italiano”.

“ Un sussidio per tutti ?” Suggerì Starace, segretario del Partito.

“Non abbiamo abbastanza soldi “ Osservò a mezza voce, il potente Bonafede, creatore dell’IRI.

“Duce, stimoliamo la creazione di libere associazioni di imprenditori e lavoratori.

Obblighiamo i lavoratori a versare una quota del salario a queste, chiamiamole, casse pensioni.      Queste investiranno i soldi ottenuti in beni reali: case, terreni, quote di aziende.     Noi dovremo semplicemente controllare che tutto si svolga secondo le leggi” La proposta veniva da  Bottai, giovane ed entusiasta segretario della Camera dei Fasci e delle Confederazioni.

“Libere associazioni di lavoratori? “ Interloquì Bocchini, mellifluo e temuto capo della Polizia  “ E se diventassero, covo, Dio non voglia, di sovversivi?  No, No,  faccia tutto lo Stato Fascista!”.

Mussolini esitò un attimo.   Per quell’attimo il destino di milioni di pensionati  e dei loro sudati risparmi restò in bilico.   Poi il mascellone si protese.  “E sia! - disse il Duce - lo Stato fascista ha la capacità ed i mezzi per dare ai lavoratori la giusta pensione. “

E così nacque l’INPS, Istituto Nazionale Previdenza Sociale.

Sessant’anni dopo il nostro presidente Panto, diretto in pullman verso la frontiera austriaca, gridava  rivolto ad un gruppo  di giornalisti  “Ma sapete che, se uno versasse ad una assicurazione privata 500.000 Lire al mese per 40 anni, avrebbe poi una pensione di 3 milioni al mese?”   “ Ehh, Ohh!! Ma davvero? Possibile ? “dicevano garbati i giornalisti,  fingendo di prendere appunti.

Dato che a tutti noi invece l’argomento interessa, ho calcolato cosa succede se uno fosse obbligato a risparmiare una quota  dello stipendio, che però affida alla sua Banca anzichè a INPS, INPDAI o a qualcun’altra sigla del tipo.

Il risultato è racchiuso in una ostica formula. Servirà solo a quelli di Voi che si dilettano di matematica finanziaria e di calcolatori ed a loro  permetterà di calcolarsi velocemente una pensione.   Eccola:


 

dove   C è il capitale che avrete dopo x anni.

a è il coefficente di interesse annuo

q è la quota annua che risparmiate.

La formula dice, in parole umane, che il capitale è dato dalla quota annuale risparmiata moltiplicata per la sommatoria dell’interesse annuale elevato alla potenza degli anni di risparmio.    Provate per credere.

Sulla base dei conti, facciamo delle ipotesi del tutto prudenziali.   Supponiamo che Giovanni Brambilla, operaio della Bovisa, guadagnasse nel 1957, quaranta anni fa, l’equivalente di 1 milione e mezzo netto al mese.   Giovanni era un vecchio operaio duro e socialista, di cristallina onestà e di altrettanto  acceso spirito di indipendenza.   Si era quindi rivolto al padrone dicendo “ Io non mi fido di questo governo di preti.  Facciamo una cosa.  Mi licenzio ,a continuo a lavorare da te.  Tu mi dai sottobanco i miei soldi ed in più versi a mio nome ad una assicurazione 500.000 Lire ogni mese.  Da parte mia verserò al mio partito l’equivalente delle tasse.  Ti prometto che non ti darò rogne”.

E il padrone, che sapeva che Giovanni era onesto e fidato,  così aveva fatto.

Oggi, 1997, quanto incassa Giovanni andando in pensione?      Se l’assicurazione si è comportata con prudenza ed oculatezza non avrà investito in azioni ed in genere in attività di rischio.  Si sarà limitata a titoli di stato ed a obbligazioni: redditi certi, sicurezza di restituzione del capitale, ma basso rendimento.     Facciamo  un 5% di reddito reale all’anno.   Il resto del rendimento è apparente: è servito solo a superare  l’inflazione.  Infatti Giovanni nel 1957 prendeva circa 100.000 L di stipendio, che quarant’anni dopo hanno l’equivalente in un milione e mezzo.

Ebbene oggi, anche senza redditi di lucro, secondo la formula soprascritta, Giovanni si ritrova con un capitale di 720 milioni.   Supponendo anche qui che Giovanni si goda il reddito del 5%, senza intaccare il capitale, avrà una pensione di 36 milioni all’anno.

Cioè di 3 milioni al mese.   Inoltre quando morirà lascerà ai suoi eredi il capitale: la bella sommetta di 700 milioni.

Se Giovanni si fosse fidato dell’INPS, sappiamo tutti che avrebbe avuto solo  l’80% dello stipendio netto e cioè L. 1.200.000 al mese.  Inoltre i soldi gli verrebbero dati a spizzichi ed a bocconi , quando vuole lo Stato, e facendogli bene pesare che è un povero verme a cui lo Stato, nella sua bontà, fa una immeritata elemosina.

Invece Giovanni oggi , quando va nella sua banca, si sente, ed è, un uomo arrivato.   Un uomo che ha duramente lavorato e che si è fatto il suo piccolo ma importante capitale.

Putroppo la storia è in gran parte ipotetica.   Quasi tutti i Giovanni, tra cui, ahimè, ci siamo probabilmente anche noi, si sono fatti fregare.     La storia fa anche capire il perchè tutti i grandi gruppi, le assicurazioni eccetera, siano così interessati alle pensioni: è un grande affare in cui solo un cretino può perdere.   Un sacco di gente ti da volentieri e senza farsi pregare i soldi.   Tu li devi solo gestire prendendoti il tuo guadagno.  Inoltre quando la gente muore ti intaschi il capitale.

Certo per il pensionato esiste sempre il dubbio “ E se questi furbastri, anzichè far fruttare i miei soldi se li pappassero per i fatti loro ai Caraibi?”.

Proprio per questo lo Stato deve farsi garante dei Fondi pensione, con severi controlli e con, come fa per le banche, supporti in caso di pericoli di fallimento.

In Italia le cose sono andate in maniera del tutto anomala.   Una banda di briganti si è travestita da Stato e ci ha detto:  “Le pensioni le versate solo a me, altrimenti andate in galera”.    Dopodichè le ha allegramente dilapidate.  In pratica l’INPS non solo da a Giovanni molto meno di quanto Giovanni avrebbe meritato (gli da l’80% dello stipendio, cioè L. 1.200.000 anzichè 3 milioni), ma si è anche mangiato  tutto il capitale di almeno due generazioni di pensionati.   La generazione di mio padre e la mia.  Le pensioni non ci vengono pagate con i nostri soldi, ormai scomparsi, ma con i soldi che i giovani versano adesso, sperando in una loro pensione, che non arriverà ovviamente mai.

La cosa moralmente più turpe di questa già turpe vicenda è che l’INPS è stato affidato da trenta anni a chi doveva costituzionalmente difendere i lavoratori più deboli.     Come sapete l’INPS è in mano ai Sindacati.

In realtà viene subito da ridere pensando ai Cofferati, agli Antoni, ai Bertinotti, come a dei difensori del debole e dell’oppresso.     Queste persone sono semplicemente gli squallidi epigoni di quella ideologia schiavista, nemica dei lavoratori e del genere umano, condannata dalla storia, che era l’ideologia comunista.

Ed allora che fare?   Oltre a mettere all’ergastolo, per crimini contro l’umanità, tutta la classe politica e sindacale degli ultimi trenta anni (altro che Tangentopoli.  Tangentopoli è niente), occorre fare quello che Du Jardin ha già ben illustrato nella sua relazione del numero scorso.    Occorre accettare la realtà: i nostri soldi non ci sono più.   Non è giusto ed aumenta solo il danno continuare in questa ipocrisia.  Occorre che i nostri figli abbiano ben chiaro cosa possono e debbono fare.    Lo  Stato deve chiudere immediatamente l’INPS, che serve solo a chi ci sta dentro, ed erogare lui direttamente delle pensioni, collegate solo ed unicamente a quanto uno ha versato e varianti tra un minimo di decente sopravvivenza ad un massimo di non sfrenata agiatezza.    Per i più sfortunati deve subentrare il sistema assistenziale, disgiunto e totalmente slegato dalle pensioni.    I giovani devono poter immediatamente ricorrere, anche se con versamenti obbligati di una quota del loro reddito, al sistema libero, che lo Stato si limiterà a controllare ed in cui agevolerà la formazione di cooperative tra i lavoratori ed in genere di entità senza fini di lucro.

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