Sant’Anna di Stazzema

Sant’Anna di Stazzema

Nel 2005 stavo cercando nuove vie di arrampicata nelle Apuane e sono capitato per caso a Sant’Anna di Stazzema. Sapevo che in quel posto era stata compiuta una strage durante la guerra, ma non ero bene al corrente dei fatti. Giunto lì ho trovato un piccolo museo, che commemorava le 132 vittime della strage. Vecchi, donne e bambini, fucilati sulla piazza della chiesa dalle SS. Ho avuto la fortuna di parlare con un superstite della strage che lavorava nel museo. Nel 1944, all’epoca dei fatti, aveva 5 o 6 anni . Vi trasmetto quello che mi raccontò. Intanto Sant’Anna era piena gente: oltre gli abitanti, vi erano molti sfollati dalla pianura, che ritenevano Sant’Anna un sicuro rifugio dalla guerra: era un paesino in alto, molto difficile da raggiungere, senza strada carrozzabile e di nessuna importanza.

Non mi ha spiegato perché i tedeschi hanno sentito la necessità di arrivare a Sant’Anna con una faticosa marcia di parecchie ore e lì uccidere tutti quelli che hanno trovato. Comunque, alle prime luci dell’alba di quella mattina, è arrivata dal fondovalle una prima compagnia di SS. Il colonello che la comandava fece radunare tutti gli abitanti nella piazza della chiesa e si rese conto che erano donne, vecchi e bambini. Gli uomini si erano rifugiati negli inestricabili boschi della zona non appena avuto sentore dell’arrivo dei tedeschi. Resosi conto di chi aveva davanti, il colonello diede un ordine secco e fece tornare indietro la colonna. Rassicurati gli abitanti tornarono a dormire. Dopo un’ora arrivò però un’altra colonna che aveva svallato dal passo che si trova dietro il paese. Ancora tutti gli abitanti (esclusi gli uomini, ancora una volta scappati) furono rastrellati casa per casa e furono radunati sulla piazza. Questa volta però il comandante della compagnia se ne fregò del fatto che fossero vecchi, donne e bambini: li fucilarono tutti. Il ragazzino si salvò perché abitava in una casa isolata. Quando i tedeschi irruppero in casa e rastrellarono gli occupanti, i tre bambini più piccoli che indossavano gli zoccoli di legno non riuscivano a tenere il passo degli adulti sul sentiero malcerto e rimasero indietro sorvegliati da un giovane SS. Quando il soldato si accorse che gli altri della colonna non si vedevano più, fece dei cenni ai bambini perché scappassero e poi tirò una sventagliata di mitra in aria. Ovviamente i bambini scomparvero immediatamente nel bosco. In tal modo i 3 bambini si salvarono, mentre i loro parenti furono tutti trucidati.

In quel tremendo orrore ci fu un’altro episodio strano – mi raccontò il superstite – : tra i cadaveri degli abitanti, i soccorritori trovarono anche un uomo in divisa. Probabilmente era un SS, che si era rifiutato di partecipare al massacro ed era stato fucilato anche lui. Un oscuro e grande eroe.

Questa storia terribile, ma anche con inaspettati sprazzi di umanità, mi fece una impressione enorme.

Qualche anno fa sono tornato a Sant’Anna. Volevo ancora parlare col superstite e porgli la domanda che mi ero posto tante volte in questi anni. Perchè? Il perché, a grandi linee, lo sapevo. Quando il fronte si avvicinava ad una zona, gli eserciti dovevano assicurarsi la tranquillità dei rifornimenti e delle truppe: i tedeschi non potevano ovviamente sopportare che ai loro soldati fosse sparato addosso da qualche macchia di alberi o che i loro camion di rifornimenti fossero saccheggiati. Il 44 fu l’anno iu cui i tedeschi si attestarono sulla cosidetta “Linea Gotica”, che correva dalla Toscana all’Emilia. E quella linea fu liberata dai partigiani. Però un conto erano i rastrellamenti e le fucilazioni di uomini in armi, un conto era lo spietato ed irragionevole sterminio di donne e bambini come si verificò a Sant’Anna e poi, in misura molto maggiore, a Marzabotto. E’ vero che il comando tedesco aveva ordinato a tutti gli abitanti di trasferirsi nei centri maggiori, pena la morte. Però quelle stragi erano state di pura e orrenda crudeltà

Purtroppo ho avuto una brutta sorpresa: il piccolo museo della strage di Sant’Anna non vi era più. Si era trasformato in un magniloquente museo della Resistenza. Le foto delle 132 vittime erano scomparse ed erano state sostituite da foto che inneggiavano alla Resistenza. Le facce di Kesserling e di Reder, di Parri e di Calamandrei avevano sostituito le anonime e dolorose facce delle innocenti vittime. Anche il numero della vittime ballava propagandisticamente: si passava ai 560, che erano le vittime civile dei Tedeschi nell’Appennino Tosco-Emiliano.

Le vittime sono state dimenticate e inghiottite dalla propaganda. Non esiste più la strage di sant’Anna. Esiste la Resistenza, il Bene assoluto, contro il nazifascismo, il Male assoluto.

Ma questo mi ha permesso di capire il perché della strage. Le vittime erano persone normali che sono state prese nel vortice di due crudeli ideologie: quella comunista e quella nazista. Sicuramente a Sant’Anna vi erano dei partigiani. E questi partigiani, quando i tedeschi avevano ordinato ai civili di evacuare la zona, pena la morte, avevano imposto o avevano convinto gli abitanti a rimanere: li avrebbero difesi loro. Salvo naturalmente a squagliarsela di fronte alle SS ben armate e decise, lasciando gli abitanti di fronte all’altra inumana ideologia dei nazisti. Probabilmente è andata così. Ma sarebbe molto più bello ed umano che la storia fosse raccontata come è e come me la ha raccontata quell’ex ragazzino superstite: uno spietato orrore, mitigato da sprazzi di isolata umanità. Così come si vuole farla passare, diventa un grottesco mascherone teatrale.

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